lunedì 6 ottobre 2014

Vidic, la stretta di mano e la borsa tod's

Correva la stagione 2005/06, era la prima Fiorentina dell'era Prandelli-Corvino, una squadra piena di nuovi innesti e carica di grandi sogni. In attacco un acerbo Pazzini faceva da riserva ad uno scatenato Luca Toni, Stefano Fiore ricamava assist da vero numero 10 e Montolivo era solamente una bella promessa. Nonostante il freddo di gennaio, i tifosi gigliati erano caldi per un mercato che, a detta di molti, avrebbe dovuto regalare alla squadra un grande colpo. Il giocatore in questione era Nemanja Vidic, allora difensore dello Spartak Mosca, vicinissimo ad indossare la casacca viola dopo un anno e mezzo passato in Russia.

Il giocatore serbo avrebbe dovuto completare un reparto composto, tra gli altri, da Dainelli, Gamberini e Krøldrup, contribuendo a dare solidità e sicurezza. L'accordo tra il difensore e il direttore sportivo viola era già stato trovato, ma un colpo di sfortuna cambiò le carte in tavola: il Manchester United perse per infortunio Rio Ferdinand, e cosi decise di puntare forte sul giocatore corteggiato dai viola. L'offerta dei Red Devils fu troppo alta per lasciare dubbi. Il serbo prese la strada di Manchester, di Sir Alex Ferguson, dei soldi e dei trofei...lasciando con l'amaro in bocca l'intera tifoseria viola. Nonostante la stretta di mano che proprio Corvino aveva raccontato a tutti prima dell'apertura del mercato di di gennaio, dando l'affare praticamente per definito (e definitivo).
L'intuizione dell'allora direttore sportivo, se fosse andata in porto, sarebbe stata geniale, perché nei successivi anni Vidic si confermò uno dei migliori difensori d'Europa. Affiancato a Ferdinand, ha fatto le fortune del club inglese per più di otto primavere. Stagioni in cui ha alzato al cielo cinque campionati inglesi, una Champions League e una Coppa del mondo per club.
Adesso, però, il difensore classe 1981 è nerazzurro, è alla corte di Walter Mazzarri e per la prima volta abbiamo l'opportunità di vederlo calcare il campo dell' Artemio Franchi. I fiorentini lo avrebbero tanto voluto in viola, invece questa sera giocherà da avversario. La Fiorentina che fu vicinissima al suo ingaggio non c'è più: allenatore e direttore sportivo sono altrove e la rosa è stata completamente rivoluzionata (fatta eccezione per capitan Pasqual), ma i Della Valle ci sono ancora. E allora, se non altro, potrebbe essere la giusta occasione per restituire l'ormai celebre borsa della Tod's regalatagli da Corvino ben 8 anni e mezzo fa.

lunedì 22 settembre 2014

Atalanta-Fiorentina: una vittoria fondamentale

Campo da sempre ostico, tante assenze e i primi mugugni da parte dei supporters viola dopo il pareggio casalingo contro il Genoa. Queste le condizioni in cui la Fiorentina è riuscita a portare a casa la vittoria contro l'Atalanta. Quella di Bergamo è da considerarsi una vittoria fondamentale, non soltanto per i (primi) 3 punti, non solo per la classifica (decisamente migliore dopo i passi falsi di Napoli e Milan) ma soprattutto per il morale. I ragazzi di Montella erano apparsi privi di incisività e cinismo nella partita di 7 giorni fa, e tutti si aspettavano un cambio di rotta. Chiaro e immediato. Cambio di rotta che c'è stato. 
La squadra vista a Bergamo non è stata bella, non ha creato decine di palle gol, non ha dominato gli avversari né tenuto sempre in mano il pallino del gioco, ma ha saputo colpire con spietatezza prima e resistere agli attacchi degli avversari poi. Il primo gol di Jasmine Kurtic in maglia viola consegna una grande dose di fiducia ad una squadra che ha bisogno come il pane di vittorie come quella di ieri sera: le grandi squadre non sono solamente quelle che giocano bene e meritano ampiamente la vittoria, ma anche quelle che nella sofferenza e nella difficoltà riescono a compattarsi, stringere i denti e trarre il massimo risultato. La Fiorentina di ieri può non essere piaciuta a molti, ma ha dato prova di grande praticità e maturità. Qualità, queste, indispensabili per puntare ad importanti traguardi (Champions?).
Con Borja Valero e Pek seduti in panchina, Montella ha rispolverato Mati Fernandez mezz'ala sinistra: il cileno è risultato tra i migliori in campo, per qualità ma anche per quantità di palloni giocati. Neto si è confermato decisivo in più di una occasione, a testimonianza che puntare su di lui è stata una scelta azzeccatissima. Rimandato, invece, Alonso centrale sinistro nella difesa a tre. 
Tra due giorni la squadra ritornerà in campo per la partita casalinga contro il Sassuolo di Di Francesco: una partita che si preannuncia insidiosa, ma che la Fiorentina dovrà essere brava e decisa a vincere. Magari con l'aiuto dei rientranti Pizarro e Borja Valero.

mercoledì 25 giugno 2014

Un campione da non imitare

La partita di ieri pomeriggio tra Italia e Uruguay ha dato molti spunti di riflessione. Oltre alla disfatta italiana, abbiamo assistito ad un gesto altamente censurabile: Luis Suarez che, avvicinatosi a Chiellini in una normale azione di gara, ha addentato la spalla del difensore azzurro. L'arbitro non ha visto, un po' per sua incapacità, un po' per la velocità con la quale il giocatore del Liverpool ha imparato a mordere la preda. Ha imparato, appunto. Non è la prima volta. 
Nel 2010 la partita era Ajax-Psv e la "vittima" fu il centrocampista Otman Bakkal. Quel gesto costò al talento uruguayano diverse giornate di squalifica. Sedere in tribuna mentre i compagni giocavano non si rivelò efficace a curare la mente del giocatore, dato che nel 2013 i canini di Suarez colpirono ancora. Questa volta la sua follia si avventò su Branislav Ivanovic, difensore del Chelsea (Suarez giocava nel Liverpool). Anche questo episodio fu punito con una squalifica. 

Davvero triste pensare che un campione del calibro di Luis Suarez, capocannoniere quest'anno in Premier League con 31 reti, possa avere momenti di tale follia da mettere a rischio un'intera carriera. Il gesto di ieri pomeriggio verrà certamente punito e l'immagine di un grande giocatore, ma soprattutto dell'uomo, sarà ancora più sbiadita.
Se non altro, volendola buttare sul ridere, potremmo dire che l'uruguayano ha il futuro assicurato: nel caso in cui qualche regista avesse in mente di mettere in scena il remake di Hannibal, non potrebbe non tener conto della candidatura di Suarez. 

C'è anche qualcuno che dall'insano gesto del numero 9 ha tratto guadagno. Ovviamente non è Chiellini. Sto parlando di un ragazzo norvegese, Richard Helmersen, che ha avuto il coraggio di scommettere 100 corone (circa 12 euro) sul morso di Suarez al Mondiale. Un sito pagava 175 volte la posta, e il ragazzo ha vinto circa duemila euro. L'originale scommettitore, intervistato dopo la vincita, ha dichiarato: "Mi sono chiesto se fosse cosi stupido da farlo di nuovo. Dato che giocava contro Italia e Inghilterra, ho pensato potesse innervosirsi ed ho scommesso". 

martedì 24 giugno 2014

La disfatta italiana

L'Italia è già fuori dal Mondiale: poche le scusanti e molti gli errori commessi. 
Dopo il triplice fischio di Italia-Uruguay, Prandelli e Abete si sono dimessi dai loro incarichi, riconoscendo il totale fallimento della spedizione azzurra. La squadra capitanata da Buffon ha raccolto tre punti in tre gare, una sola vittoria contro l'Inghilterra (che a questo punto è ridimensionata) e due sconfitte cariche di accuse nei confronti del ct. La sconfitta contro la Costa Rica aveva evidenziato l'incapacità dell'Italia di essere pericolosa, resistere agli avversari dal punto di vista fisico ed evidenti errori tattici (per esempio schierare il solo Balotelli in attacco, contro la difesa a 5 dei costaricani). Il match contro l'Uruguay, invece, ha messo in mostra la scarsa personalità di questo gruppo, sorretto soltanto dai (vecchi) senatori Buffon, Pirlo e Chiellini. Poca personalità nell'accontentarsi dello 0-0 (risultato che premiava gli azzurri) e nella mancanza di reazione dopo il gol di Godin. Nella partita di oggi c'è stato di tutto: la sostituzione a metà gara di un deludentissimo Balotelli, un discutibile cartellino rosso a Marchisio, un rigore non concesso all'Uruguay e un morso di Suarez a Chiellini. Sta di fatto che l'Uruguay passa agli ottavi di finale della Coppa del Mondo, mentre noi torniamo a casa col capo chino, pieni di recriminazioni e rimpianti. Rimpianti riguardanti le convocazioni, la logistica del ritiro azzurro, la formazione schierata, i cambi a partita in corso... 


Prandelli, nelle parole post gara, ha parlato del clima attorno alla squadra, di essersi sentito definire un ladro che ruba i soldi...la realtà è che l'ex tecnico della Fiorentina doveva dimettersi perché il suo progetto tecnico-tattico è fallito, il rapporto con la squadra si è rotto, perdendo cosi il controllo su di un gruppo che forse già dall'inizio della competizione brasiliana non ne condivideva più le idee.

Dispiace vedere i 4 volte campioni del mondo andare alla deriva cosi, senza un minimo di orgoglio, senza idee, senza tiri in porta, senza cuore. Balotelli è l'emblema del moderno calcio italiano: montato, svuotato, triste, privo di umiltà, superficiale. Come il nostro calcio, anche Balotelli si perde in un bicchier d'acqua, continua ad avere un potenziale che forse non riuscirà mai a dimostrare veramente. 
Le idee di Cesare erano lodevoli: uscire dal classico catenaccio-contropiede all'italiana, inculcare una idea di gioco alla squadra, cercare il possesso palla e la vittoria in ogni partita, indipendentemente dagli avversari. Tutte cose che in Brasile non abbiamo visto. Soltanto nella prima gara siamo stati capaci di unire gioco e praticità, complice anche la serata di grazia di alcuni (Candreva e Balotelli ad esempio), che purtroppo non si è ripetuta. Probabilmente l'Italia non è in gardo di snaturarsi, di mutare un gioco che da troppi anni ormai mette in pratica. Il possesso palla continuato è utile se poi verticalizzi, se hai una prima punta che dà profondità, se i centrocampisti accompagnano l'azione offensiva...altrimenti diventa uno sterile possesso palla he non fa altro che contribuire a renderti lento e prevedibile. 

Una delle critiche rivolte a Prandelli riguarda le convocazioni. Trovo estremamente facile criticare le scelte del ct nel momento in cui veniamo sbattuti fuori dalla competizione. In questi venti giorni nessuno (o pochissimi) ha acceso il microfono o impugnato la penna per dire che Cassano doveva restare a casa, che Balotelli non meritava di essere al centro del progetto, che Rossi e Destro dovevano partire per il Brasile ecc... l'onestà intellettuale impone che non si cominci adesso a dire tali cose, anche se condivisibili. Era oltremodo prevedibile che Cassano, considerando i molti gradi e l'elevata umidità, avrebbe faticato non poco a correre e dare ciò che si aspettava Prandelli. Era facile immaginare che Balotelli si sarebbe rivelato per l'ennesima volta un mezzo grande giocatore, più campione sui social che sul rettangolo verde. Tutte cose semplici e vere, che però dovevano essere dette prima. 

Dopo la pessima figura torniamo a casa e rimangono soltanto le macerie attorno agli azzurri, ma anche attorno a tutto il calcio italiano:  povero di giovani e ricco di "vecchi", povero di italiani e ricco di stranieri (che spesso non hanno niente in più dei nostri). 
Rimane un calcio che non è più competitivo a livello europeo e mondiale, e ne è la miglior dimostrazione la Juventus, schiacciasassi in Serie A e sbeffeggiata in Champions League. Persiste un paese immobile di fronte ai propri problemi: stadi obsoleti e fatiscenti che, anno dopo anno, si svuotano sempre più. E nessuno fa niente. Nessuno sa cosa fare per porre rimedio a tutto questo. Troppo semplicistico dire "ripartiamo dai vivai", si deve fare. Il tempo delle parole è ormai concluso. La disfatta mondiale ci dà una occasione più unica che rara: cancellare tutto, azzerare gli errori e ripartire con nuovi uomini, regole migliori e ritrovati valori.

Fiorentina, tre mosse di mercato da non fare

In queste ore, nonostante sia in corso il Mondiale brasiliano, tiene banco il mercato. Molti gli affari in cui la Fiorentina sembra inserita e pronta ad operare con i suoi due uomini di mercato Pradé-Macia, con il benestare di Andrea Della Valle. Per il momento sono stati due i colpi messi a segno dai direttori viola: Tatarusanu, gigante portiere rumeno ex Steaua Bucarest, e l'importante acquisizione dell'intero cartellino di Juan Cuadrado. Il colombiano proprio in questi giorni sta disputando il campionato del mondo, dimostrando anche ai più scettici tutto il suo valore. Ovviamente, però, la novella Cuadrado non è ancora finita. Sull'esterno, infatti, ci sono alcune delle squadre più blasonate al mondo (Barcellona, Bayern Monaco e Arsenal su tutte), pronte ad acquistare immediatamente la vespa viola per una cifra che si aggira sui 30-35 milioni.
Innanzitutto, credo sia necessario ridimensionare un po' il valore del giocatore. Se è vero che Cuadrado è uomo capace di spaccare le partite, terrorizzare le difese, fare gol e servire assist, non soltanto in un campionato, ahimé, sempre più scarso ma anche in una competizione mondiale, allora il suo valore non può che essere più elevato. Questo appare ancor più vero se si dà una occhiata alle pazzesche cifre che vengono spese nel mercato (per giocatori meno forti del nostro Cuadrado oppure per difensori, sì forti ma pur sempre difensori).
Sono tanti quelli che in questi giorni sperano nella permanenza di JC11 a Firenze, riuscendo cosi a vedere realizzato il sogno di schierare in campo il tridente Cuadrado-Rossi-Gomez. II tifosi (o almeno una parte di loro) credono che questo sogno sia più che possibile, soprattutto ricordando quanto ADV sia uomo di polso duro e di parola. Con Toni prima e Jovetic poi, il Presidente si impuntò e li convinse a restare in riva all'Arno per un altro anno, con la promessa di liberarli per una cifra adeguata l'anno successivo. Questo potrebbe succedere anche con Cuadrado? Non c'è dubbio che Andrea potrebbe mettere in campo la sua volontà di trattenere il giocatore, di far valere un contratto che lo lega ancora a Firenze, però credo che i casi di Toni e Jojo fossero un po' diversi da questo. Il bomber voleva andarsene dopo una stagione stratosferica, che gli valse il titolo di capocannoniere della Serie A e addirittura la Scarpa d'oro. La stagione successiva, però, fu segnata dalla ampia penalizzazione per la Fiorentina. Della Valle, quindi, potè giocare la carta del futuro della squadra viola. Iniziare il campionato con il peso di quella penalizzazione senza il bomber principe, sarebbe stato un suicidio. E Luca restò un anno in più.
Anche il caso di Jovetic fu in parte diverso: il montenegrino espresse la volontà di lasciare Firenze per approdare a Torino sponda bianconera. Smacco non da poco per una società fortemente ostile al club della famiglia Agnelli. ADV quindi parlò con il ragazzo, gliu spiegò le sue ragioni e lo convinse a restare un'altra stagione con la promessa di liberarlo per una grandissima squadra europea. Cosi è stato perché nella stagione successiva il talento montenegrino vestì la maglia del Manchester City.
Le difficoltà di cercare paralleli tra quanto accaduto ieri e quanto invece potrebbe accadere oggi o domani, preclude la possibilità di vedere ancora il colombiano in maglia viola? Assolutamente no, ma i paragoni non credo siano calzanti. Vendere oggi il numero 11 sarebbe un grandissimo errore. Prima di tutto perché le cifre riportate dai giornali nostrani non sono tali da paventare un guadagno cosi elevato per la società viola, che quindi non potrebbe rinforzare a dovere la squadra. Inoltre perché giocatori del calibro di Juan, a giro per il mondo, pur disponendo di una buona cifra da investire, non ve ne sono. Infine, la cessione di Cuadrado rappresenterebbe una ammissione di debolezza da parte della Fiorentina. Una squadra che vuole crescere e ambire a traguardi sempre più prestigiosi non può assolutamente privarsi di un giocatore unico nel suo genere come è la vespa viola, neanche per una offerta cosiddetta folle o irrinunciabile. I fratelli Della Valle non hanno necessità di vendere, tanto meno di svendere, quindi Cuadrado deve restare a Firenze almeno un'altra stagione e contribuire (insieme all'agognato tandem offensivo Rossi-Gomez) a portare in alto la Viola, magari in quell'Europa che conta che da troppo tempo oramai manca ai tifosi gigliati.

Detto della situazione del forte esterno della Fiorentina, la seconda mossa che i dirigenti viola, secondo il mio modesto parere, non dovrebbero commettere è quella di cedere Stefan Savic. Il difensore classe 1991 è molto richiesto, soprattutto in Inghilterra, dove evidentemente lo conoscono bene. Secondo molti potrebbe essere lui la pedina da sacrificare per rinforzare l'organico della squadra. 13 milioni (questa la cifra di cui si parla in questi giorni) per un difensore non sono assolutamente pochi, è vero, ma siamo certi che con tale cifra riusciremmo a prendere un giocatore superiore al montenegrino? Siamo sicuri che a giro ci siano giovani e bravi difensori che facciano al caso della Fiorentina? Anche per lui valgono le ragioni dette per Cuadrado: se Della Valle ha realmente la voglia e l'intenzione di  rafforzare la squadra e puntare dritto al primo trofeo della sua gestione, Savic è un elemento del quale non dovrebbe privarsi. Piuttosto dovremmo concentrare gli sforzi per migliorare gli esterni di difesa e le alternative ai titolari (Gonzalo e Savic, appunto).

E giungiamo cosi alla terza mossa di mercato da non sbagliare: Pizarro e il suo vice.
Tra pochi giorni il contratto del cileno con la Fiorentina scadrà, e ancora non è dato sapere quale sarà il suo futuro. Sta di fatto che la società dovrà muoversi in tutti i casi: se il centrocampista dovesse partire, occorrerebbe un suo sostituto; se invece Pizarro rimanesse ancora viola, e questo potrebbe determinare il conseguente errore, sarà comunque necessario muoversi sul mercato per cercare e trovare un suo vice, un giocatore che abbia le sue stesse caratteristiche (più o meno), in modo da farlo rifiatare senza però cambiare gioco o perdere troppo in termini di palleggio, possesso palla, fluidità in mezzo al campo.
Pizarro, infatti, in questa stagione, ma soprattutto nella prima di Montella, si è dimostrato un giocatore fondamentale per la squadra, uomo in grado di accendere la luce di un centrocampo altrimenti un po' spento, lento, carente di geometrie. Non è un caso che Vincenzo chieda ormai da un anno e mezzo di acquistare un vice Pizarro: il tecnico campano sa benissimo che il gioco passa sempre dai suoi piedi e viene determinato dalle sue condizioni fisiche e psicologiche.
Iniziare la stagione senza avere un vice Pizarro potrebbe essere un errore fatale per una squadra che, soprattutto nell'anno post Mondiale, può essere la sorpresa del campionato.

giovedì 19 giugno 2014

La caduta degli dei spagnoli

In molti si aspettavano che la Nazionale spagnola non sarebbe riuscita a bissare il successo del 2010, nessuno però avrebbe mai immaginato che dopo solamente due giornate i campioni di tutto sarebbero già stati fuori dal Mondiale brasilano. Perdendo la seconda partita consecutiva dopo quella con l'Olanda di Robben, la roja riceve uno schiaffo morale veramente difficile da incassare. Iniesta e compagni non sono stati capaci di impensierire la nazionale allenata da Van Gaal prima e il Cile poi, mostrandosi scarichi, sulle gambe, non pungenti. 
Tra la conquista del titolo e una uscita dalla coppa cosi ingloriosa può, e deve, esserci una giusta via di mezzo. Una squadra che può vantare Casillas, Piqué, Sergio Ramos, Xavi, Iniesta, Diego Costa e molti altri, non può prestarsi ad una figura cosi brutta contro squadre che sulla carta sono inferiori.

Analizziamo i possibili motivi di questa debacle:
Ciò che possiamo immediatamente osservare è il fatto che la squadra è composta da molti giocatori di Barcellona e Real Madrid. Potremmo dire che vi sono due anime, due blocchi principali. Il blocco del Barça già con la squadra di club è apparso in netto calo psico-fisico. E' normale che Xavi, arrivato ad una certa ètà e dopo aver vinto tutto, si sia un po' fermato e mostri il logorio del tempo. Piqué ormai da due anni non è più il difensore centrale insuperabile che avevamo imparato a conoscere. Jordi Alba è certamente un ottimo elemento ma non può fare la differenza in un Mondiale. Iniesta è apparso un po' sotto tono, ma forse è stato il migliore tra i catalani.
Il blocco del Real, invece, avrebbe dovuto essere in una annata di grazia dopo la bella vittoria in Champions League. Invece non si è rivelato minimamente all'altezza della competizione (vedi Casillas su tutti). Probabilmente sono stati un po' troppo esaltati per la vittoria con i blancos, che a conti fatti è soprattutto merito di Cristiano Ronaldo. Purtroppo per loro, però, CR7 è portoghese, non spagnolo. Forse questa incredibile stagione è stata più stancante di quel che si pensasse, basti ricordare l'incredibile cammino dell'Atletico Madrid di Diego Simeone. 
Possiamo dare la colpa di questo flop alla sola stanchezza di un gruppo? Oppure all'inevitabile declino di alcuni giocatori? Non credo. Possiamo parlare di fine del tiqui-taca?  E' la fine di un ciclo?
Credo che nessuno possa rispondere con assoluta certezza a tali quesiti, molto probabilmente la figuraccia mondiale della squadra allenata da Del Bosque è figlia di tante cause, di tanti fattori negativi. Come detto e scritto molte volte, il tiqui-taca è producente se e solo se gli uomini che lo interpretano sono al top della condizione fisica e psicologica. Troppo facile per una squadra come l'Olanda chiudersi, aspettare di riconquistare palla e colpire in contropiede la Spagna se i suoi uomini chiave sono stanchi, lenti, imprecisi e apparentemente privi di stimoli. Sulla base di queste considerazioni, ritengo che la filosofia nata con Guardiola al Barcellona, e utilizzata (anche se non completamente) dalla Nazionale spagnola, non veda la sua conclusione con questo annus horribilis (ricordiamo le brutte stagioni di Barcellona e Bayern Monaco, per quest'ultimo soltanto in Champions). Certamente è una strategia di gioco che richiede un elevato dispendio di energia, molta concentrazione, velocità e precisione dei passaggi e un minimo di cinismo in attacco, tutte cose che sono mancate in queste due prime partite in Brasile. L'augurio è che almeno nell'ultimo match si veda un po' di orgoglio e amor proprio, perché tornare a casa avendo sulle spalle tre sconfitte in tre partite sarebbe davvero una macchia difficile da cancellare.

Concludo esprimendo il mio personale dispiacere per le tristi prestazioni che la squadra campione d'Europa e del mondo ha sfoderato. Il mio amore per il (bel) calcio supera di gran lunga la nazionalità o le bandiere, è quindi normale che abbia gioito negli anni passati per i tanti successi di questa generazione di calciatori capaci di vincere tutto mostrando un gioco brillante, fatto di possesso palla, occasioni da gol, tocchi di prima...insomma tecnica alla stato puro. In uno sport, il calcio, in cui sempre più conta la forza muscolare, vedere in campo 11 giocatori che con la sola tecnica battono squadre più attrezzate dal punto di vista fisico, ha rappresentato per me un'oasi di bellezza e poesia. Come del resto è stato con il Barcellona di Pep. Esattamente come per i blaugrana, anche per la Spagna mi auguro che questa sia soltanto una tappa, forzata e obbligata, che condurrà a tanti altri successi. In fondo, se abbiamo detto che alcuni giocatori sono nella fase discendente della loro carriera, altri sono in piena maturazione e molti altri stanno crescendo nelle giovanili. Quindi non sorprendiamoci troppo se tra due o quattro anni racconteremo di una Nazionale tornata ad alzare coppe prestigiose.

venerdì 9 maggio 2014

Barça, vincere non conviene !

Da appassionato di calcio e amante del bel gioco, non ho potuto far altro che seguire e innamorarmi del grande Barcellona di Pep Guardiola. 
La squadra di Messi e compagni era brillante, agonisticamente cattiva e pronta ad azzannare la propria preda in ogni momento della gara. Vedere quella incredibile ragnatela di passaggi che spesso e volentieri terminava con un gol del numero 10 era un autentico spettacolo.
Ma Guardiola non c'è più. E con lui neanche il gioco e le vittorie del Barça.
Ci tengo a ricordare che i catalani hanno vinto ben 16 trofei (di cui 2 Champions League) nelle ultime 5 stagioni. Un bottino invidiabile, tanto che alcuni esperti di calcio hanno sostenuto trattarsi della squadra "mas grande de la historia". Non voglio entrare in questa discussione (secondo me inutile): ritengo non si possano confrontare squadre di epoche diverse, cosi come trovo insensato paragonare calciatori che hanno calcato il rettangolo di gioco in anni diversi (vedi la discussione Maradona-Messi).
Il Barça, dicevamo, aveva tutto: vittorie, strapotere tecnico, tanti giovani e promettenti calciatori provenienti dalle giovanili e un allenatore, Guardiola, in grado di fare da collante per tutti questi elementi e ricavarne il meglio.
Quindi, perché vincere non converrebbe? 
La vittoria della Liga,  temo, potrebbe far dimenticare alla dirigenza blaugrana e a tutto l'ambiente i tanti problemi che attanagliano la squadra. A partire dall'allenatore. Gerardo Martino, sicuramente un buon allenatore, non credo sia l'uomo giusto per gestire uno spogliatoio pieno zeppo di grandi campioni e una piazza che, più di ogni altra cosa, vuole il bel gioco e lo spettacolo. Oltre al problema allenatore, esiste un problema legato alla naturale ed inevitabile usura di giocatori che sono arrivati ad un'età avanzata o che, a causa delle tante vittorie, non hanno più gli stimoli necessari.
Entriamo nel dettaglio. Nelle ultime sessioni di mercato, i vertici del club hanno ritenuto, sbagliando, di dover rinforzare l'attacco, dimenticando completamente (fatta eccezione per il buon Jordi Alba vertice basso) la linea difensiva e il centrocampo. Per quanto riguarda la difesa, Puyol non è stato sostituito e i giovanissimi, al momento, non sembrano in grado di sostenere il peso di una maglia da titolare. In porta, invece, Victor Valdes è in partenza e serve urgentemente un portiere in grado di dare sicurezza al reparto arretrato. Inoltre, sempre parlando dell'estremo difensore, il vice Pinto è più un pensionato stipendiato che un calciatore utilizzabile da una squadra che vuole vincere qualcosa di prestigioso.
Arriviamo al centrocampo e vediamo che i calciatori che oggi cercano di proseguire la filosofia del tiqui-taca sono gli stessi che c'erano 5 anni fa: Xavi, Iniesta e Busquets. Con lo spagnolo Fabregas pronto a subentrare. Xavi, ormai compiuti 34 anni, non sembra più in grado di giocare a livelli stratosferici per tutta la stagione. Iniesta, a mio parere uno dei migliori della stagione, quest'anno ha letteralmente retto il centrocampo da solo. Nessun acquisto è stato fatto e, anzi, è da registrare un'importante perdita, uno dei giovani più promettenti del panorama europeo, ovvero  Thiago Alcántara.
Questi reparti (difesa e centrocampo), come detto in precedenza, sono stati sacrificati sull'altare del gioco offensivo e della propensione ad attaccare. Di per sé è una cosa giusta che una squadra come il Barça pensi ad attaccare e segnare piuttosto che difendere e non prendere gol, però il calcio italiano insegna che le grandi vittorie le raggiungi anche con l'equilibrio tra una fase e l'altra.
A contornare tutti questi fatti, ci sono stati i ripetuti infortuni di Leo Messi, che lo hanno molto limitato nella prima parte della stagione, e Neymar che non ha reso come l'ambiente catalano si aspettava.
Il risultato è che il Barça è fuori dalla Champions League ad opera dell'Atletico Madrid di Simeone, ha perso la Coppa del Re in finale contro l'odiato Real Madrid ed è secondo in campionato. Potrebbe ancora riuscire a vincere il titolo, in quanto all'ultima giornata sfiderà l'Atletico, ma siamo sicuri che questo non sarà controproducente? Non esiste il rischio che l'ennessima vittoria faccia dimenticare i reali limiti di questa squadra? In passato, forse, è stato proprio cosi.
La miglior cosa che può accadere, a mio avviso, è che la stagione si concluda con zero titoli. La delusione per un risultato che da moltissimo tempo non si registra potrebbe svegliare le persone che hanno la responsabilità di fare la campagna acquisti, di gestire i giocatori, di scegliere l'allenatore e far primeggiare il Barça in Spagna, in Europa e nel mondo.

Fossi al posto di Josep Maria Bartomeu (sostituto di Sandro Rosell) procederei cosi:
- Capitolo portiere: Sappiamo già da tempo che Victor Valdes a fine stagione lascerà Barcellona. Un ottimo sostituito, se si punta sulla giovinezza, potrebbe essere Ter Stegen (classe 1992, attualmente al Borussia Mönchengladbach). L'alternativa di esperienza potrebbe essere il già cercato Handanovic (classe 1984, accasato all'Inter). 
Per il ruolo di vice, un nome che potrebbe fare al caso del Barça per esperienza e abilità è quello di Sébastien Frey (classe 1980, nelle fila del Bursaspor Kulübü Derneği).
- La difesa: Al momento la linea difensiva a 4 è composta da Dani Alves, Piquè, Mascherano e Jordi Alba.
L'esterno brasiliano è in partenza e potrebbe essere rimpiazzato da un'altra nostra conoscenza: Juan Cuadrado (classe 1988). Il colombiano potrebbe dare quella freschezza e velocità che in questa stagione è un po' mancata a Dani Alves. Un punto a favore dell'esterno viola è sicuramente il fatto che trova con più facilità e frequenza la via del gol. In questa stagione ha segnato ben 14 reti in 41 partite con la Fiorentina, condite con 9 assist. Dani Alves, invece, si è fermato a 4 reti e 6 assist in 40 partite col Barça. Infine, tra i due giocatori corrono 5 anni di differenza, fattore di non poco conto per una squadra che vuole ripartire. 
Per quanto riguarda il centrale di difesa, invece, i nomi caldi sono due: David Luiz (1987, giocatore del Chelsea) e Thiago Silva (classe 1984, del Paris Saint-Germain). 
Personalmente, pur stimando molto l'ex milanista, opterei per David Luiz, più giovane e utilizzabile anche nel ruolo di mediano.
Un errore da non commettere è lasciar partire Carles Puyol. Lo storico capitano blaugrana è un classe 1978, ha forse dato tutto e di più per quella maglia e merita riconoscenza. Nel calcio sono fondamentali i valori tecnici e agonistici, ma non possiamo dimenticare l'importanza dello spirito di gruppo, del carisma, del coraggio. Puyol rappresenta tutto questo. Credo che nello spogliatoio ricopra un ruolo ancor più essenziale di quello che aveva in campo nei suoi anni d'oro. E' giusto tenerlo dentro questo gruppo (come dirigente) perché è ancora un Capitano. 

- Centrocampo, vero punto di forza (o di debolezza) del Barça: rimpiazzare Xavi Hernandez è un'impresa pressoché impossibile. Al momento non ci sono giocatori come lui. Lo stesso Pirlo, altro maestro del centrocampo, non garantisce lo stesso tipo di gioco. L'ideale, come detto in precedenza, sarebbe stato trattenere Thiago Alcántara.
Le alternative, ugualmente suggestive, potrebbero essere quelle di Miralem Pjanic (classe 1990, attualmente nella Roma) o Javi Martínez (classe 1988, alla corte di Guardiola). 
Il bosniaco darebbe qualità e quantità al gioco dei blaugrana, mentre lo spagnolo del Bayern porterebbe molta forza fisica (caratteristica che è un po' mancata a questa squadra). La spesa per Javi Martinez, però, sarebbe davvero ingente, in quanto il giocatore è stato prelevato dall'Athletic Bilbao nel 2012 per 40 milioni di euro, arrivando ad essere il giocatore più pagato nella storia della Bundesliga.
Un nome uscito nelle ultime ore è quello di Paul Pogba. Il francese della Juventus è un classe 1993, forte fisicamente e sublime in quanto a tecnica. Inoltre, trova con facilità la conclusione dalla distanza. L'unico problema potrebbe essere il costo del cartellino: la società bianconera chiede 60/70 milioni di euro. 
Pur ritenendo Pjanic più adatto al gioco spagnolo, andrei dritto sul centrocampista della Juve. A tratti, e non vorrei essere accusato di blasfemia, rivedo nelle movenze di Pogba un po' della classe di Zinedine Zidane. Paragoni a parte, sono sicuro che questo giocatore, crescendo, diventerà uno dei top 5 centrocampisti al mondo.
Per quanto riguarda il mercato in uscita, terrei ad ogni costo Mascherano, vero e proprio jolly di centrocampo e difesa, e cederei Alexandre Song. L'ex Arsenal ha giocato raramente e non sembra in linea con il progetto tecnico della squadra, indipendentemente da quale sarà l'allenatore del futuro.

- Arriviamo alla fase offensiva, soltanto apparentemente non da modificare: L'attacco oggi si regge sul solo Leo Messi. La pulce argentina ha fatto in questa stagione il bello e il brutto allo stesso tempo. Quando il numero 10 gira come sa, il Barça vola e l'attacco segna a raffica. Quando Messi non è in giornata, però, la squadra sembra spenta e l'attacco appare incapace di far male agli avversari.
I nomi che potrebbero fare la differenza sono due: Luis Suárez (classe 1987), autentico mattatore in Premier League con 30 gol, e Wayne Rooney. L'inglese del Manchester United è un classe 1985, quindi in piena maturità psico-fisica, e potrebbe lasciare i reds dopo l'addio di Sir Alex Ferguson e la brutta stagione di quest'anno. In entrambi i casi, il costo del cartellino sarebbe molto elevato in quanto il primo ha un valore di mercato di circa 52 milioni di euro e il secondo intorno ai 45. Qualunque sia la scelta, credo sarebbe ottimale.
Se per arrivare ad uno dei due fosse necessaria una cessione eccellente, lascerei partire Alexis Sánchez. Nonostante il suo bottino stagionale con il Barça sia di 20 gol e 17 assist in 52 partite disputate, il cileno ex Udinese non mi ha quasi mai convinto appieno e quindi lo cederei senza troppi rimpianti.  

- Infine il discorso allenatore.
La scelta dell'uomo che siederà sulla panchina blaugrana è molto delicata. Scegliere un allenatore che insista sul grande possesso palla oppure optare per un cambio di filosofia?
Nel primo caso, l'uomo giusto potrebbe essere Luis Enrique. Nella stagione 2011/12 ha guidato la Roma. La sua squadra giocava un bel calcio (forse solo un po' lento), non supportato però da grandi risultati. Con in mano una rosa come quella del Barça, il discorso potrebbe essere diverso. Inoltre, a supporto della sua candidatura, dobbiamo ricordare che l'allenatore di Gijón ha giocato a Barcellona per 8 anni ed ha allenato la squadra B dal 2008 al 2011, quindi conosce bene l'ambiente, i tifosi e la mentalità del mondo catalano.
Nel caso ci fosse la volontà di cambiare tipo di gioco, invece, una strada che potrebbe dare ottimi risultati è quella che porta a Jürgen Klopp. L'allenatore nato a Stoccarda ha mostrato con il suo Borussia un grande gioco, fatto di velocità e improvvise verticalizzazioni. Dal 2008 ha vinto ben 2 campionati tedeschi, 1 Coppa e 2 Supercoppe di Germania, conquistando anche una finale di Champions League (persa poi contro il Bayern Monaco).
Il mio preferito è Klopp. Un cambio, certe volte, non fa male. Non sono tra quelli che ritengono il tiqui-taca morto, ma credo che per gli avversari (in campo europeo, in Spagna è un altro discorso) sia diventato troppo facile e scontato fare le barricate e colpire in contropiede. Klopp potrebbe unire gioco e vivacità, imprevedibilità e spettacolo. 

Non so come andrà a finire la Liga: mancano soltanto 2 giornate e la classifica recita Atletico Madrid 88 punti, Barcellona 85, Real Madrid 84. Tutto è ancora possibile. Ciò che auspico è che, a prescindere dall'assegnazione del titolo, i vertici blaugrana capiscano che è arrivato il momento di compiere una (piccola) rivoluzione, di trovare nuovi stimoli, di far crescere nuovi talenti e tornare a primeggiare in ogni competizione. Perché ciò che tutti i tifosi vogliono è che il Barça torni ad essere "més que un club".