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lunedì 23 marzo 2015

Barça, vittoria e allungo (forse decisivo) sul Real Madrid.

Il Barcellona vince senza incantare e allunga in campionato sui rivali del Real Madrid. Non è stato il miglior Classico della storia, ma abbiamo comunque goduto di alcuni colpi di pregevole fattura. La squadra di Luis Enrique si conferma una seria candidata al titolo finale, nonostante per lunghi tratti siano stati i blancos a condurre il gioco e a far tremare la porta difesa da Bravo. 
Proprio su queste pagine, meno di cinque mesi fa, cercai di infondere fiducia dopo la sconfitta del Barcellona per mano di Carletto Ancelotti. L'ottimismo nasceva dal fatto che, essendo un progetto nato da poco, le cose in casa Barça potessero soltanto migliorare. E cosi è stato. Dopo il match di fine ottobre, i catalani hanno disputato 32 partite tra Liga, Coppa del Re e Champions League. Di queste, 28 sono state vittorie (quindici in campionato, otto in coppa e cinque in Champions), accompagnate da 1 pareggio e 3 sconfitte. Impressionante il numero di gol segnati, 100, cosi distribuiti: 57 in Liga, 31 in Coppa del Re e 12 in Europa. Le reti incassate da Bravo e Ter Stegen, invece, sono 21. Numeri che la dicono lunga sullo stato fisico e psicologico della squadra, ma che divengono ancora più eloquenti se comparati con quelli del Real Madrid. La banda di Cristiano Ronaldo, nelle stesse competizioni, ha disputato 26 gare, delle quali 20 terminate con il successo, 2 pareggiate e ben 6 perse. Anche in termini di gol la differenza tra le due corazzate è notevole: le reti fatte dai 'Galacticos' sono 67, mentre quelle subite 25.
Se prendiamo in considerazione le medie punti a partita delle due formazioni (prima e dopo il 25 ottobre), vediamo che il Real Madrid viaggiava ad una media di 2,46 punti a incontro, mentre nelle ultime 28 gare il rendimento è sceso a 2,21. Il Barcellona, invece, prima del Classico di ottobre aveva una media di 2,55 punti a partita, mentre dopo il match del Bernabeu di 2,58. Per una squadra che è cresciuta, quindi, ce n'è stata una che ha perso qualcosina per strada. 
Analizzando il rendimento dei due uomini simbolo, Messi e C. Ronaldo, possiamo vedere  che l'argentino ha realizzato 9 gol prima di affrontare il Real Madrid e 34 nelle ventinove partite successive, viaggiando ad una media di 0,75 prima e 1,17 poi. L'asso portoghese, invece, ha timbrato il cartellino ben 18 volte nelle prime dieci partite, per poi realizzare altri 21 gol nelle ventiquattro gare successive. La media gol a partita di CR7 è quindi 1,8 a fine ottobre e 0,88 dal Classico ad oggi. Anche per i singoli, come per la squadra, c'è stato un notevole cambio di marcia tra Barça e Real.
I numeri hanno la capacità di spiegare tanto, tantissimo ma non tutto. Al resto ci pensano le magie di Neymar, i gol del ritrovato Suarez, l'ottimo rendimento dei due portieri impiegati da Enrique, il grandissimo impatto di Rakitic a centrocampo e molto altro. 
Ha ragione chi dice che ieri sera al Camp Nou il Real Madrid a tratti ha fatto la partita, rischiando anche di vincerla e mostrando un altro passo rispetto agli avversari, però nell'analisi della gara è necessario tenere ben presente la settimana di preparazione al match: Messi e compagni hanno dovuto sbarazzarsi del City in una partita non complicatissima ma comunque dispendiosa, mentre il Real ha potuto riposare e concentrarsi sullo scontro diretto. Un fattore, quello della Champions, che sappiamo influenzare molto l'andamento in campionato delle squadre impegnate e che sicuramente ha condizionato la tenuta atletica di Luis Enrique. Ciò detto, i catalani hanno avuto la forza di andare in vantaggio, rispondere al gol del pareggio con una prodezza del numero 9 e vincere una partita fondamentale per il prosieguo della stagione.
Il Barcellona non è più quello di Guardiola, la squadra ossessionata dal possesso palla, è un gruppo di giocatori che fa sicuramente della tecnica l'arma migliore ma che sa quando deve chiudersi, sa soffrire, è capace di ripartire in contropiede. Forse rimane meno negli occhi di chi lo guarda, ma è senz'altro in grado di restare nei cuori dei molti sostenitori per il percorso che sta facendo: i blaugrana hanno la Liga in mano (+4 sul Madrid), sono ai quarti di finale di Champions League dove incontreranno il Paris Saint-Germain (e poteva forse andare peggio) e affronteranno l'Athletic Bilbao in finale di Coppa del Re. 
Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per fare un finale di stagione meraviglioso e tornare a primeggiare, in Spagna cosi come in Europa.

domenica 26 ottobre 2014

Il Classico è del Real, ma i segnali sono incoraggianti

Risveglio amaro questa mattina per gli appassionati di calcio di fede blaugrana. Il classico di ieri sera non è andato come molti si aspettavano, ma ha comunque dato alcune risposte positive. 
Se ci chiedevamo se il Real Madrid fosse più forte del Barça, la risposta è sì. Se ci interrogavamo sul fatto che la squadra di Luis Enrique potesse essere competitiva per vincere la Liga, la risposta è di nuovo sì . 

È vero, i blancos hanno vinto bene: sono riusciti a ribaltare il risultato, hanno segnato il terzo gol e non hanno corso troppi rischi, quantomeno nel secondo tempo. Ma è altrettanto vero che Messi e compagni non sono usciti dal campo ridimensionati come alcuni temevano. Il possesso palla è stato, ancora una volta, a favore degli azulgrana, ci sono state delle occasioni per rientrare in gara, e i gol (il primo e il terzo) vengono da errori individuali. Nell'analisi della gara non possiamo tralasciare alcuni importanti dettagli: innanzitutto, ieri sera in campo c'erano Piqué, Busquets, Suarez non in condizione. Il primo è irriconoscibile rispetto ai tempi di Guardiola. Ha compiuto anche alcuni interventi degni di nota, ma gli errori pesano tanto sulla sua prestazione. Il secondo continua a giocare (e ad essere impiegato) nonostante soffra di problemi fisici che ne limitano le qualità e il rendimento. Suarez, infine, pur andando oltre alle più rosee aspettative, ha una condizione atletica viziata dal lungo stop impostogli. 
Giocare un classico al Bernabéu con questi tre elementi in campo dal primo minuto, forse, è stato un azzardo. E quindi arriviamo a Luis Enrique. Lungi da me attaccare il tecnico nato a Gijón , specie dopo un avvio di stagione decisamente positivo (ricordiamo che il Barça è ancora primo in Liga), ma certamente alcune sottolineature sono necessarie. Oltre alla scelta di impiegare Piqué, non ho ben capito la decisione di mettere in campo Suarez dall'inizio. I problemi principali per il Barcellona sono nati sulle fasce, dove gli esterni Marcelo e Carvajal hanno decisamente stravinto la sfida. Forse Pedro avrebbe da un lato preoccupato maggiormente la difesa avversaria e dall'altro avrebbe dato maggiore copertura di Suarez. 
Ma le perplessità maggiori nascono anche da altro: Mascherano in difesa è stato fondamentale, ha salvato il risultato con interventi meravigliosi, ma non poteva essere schierato a centrocampo al posto di Busquets? Centrale di difesa non poteva esserci Mathieu, con Alba esterno a sinistra (era in panchina)? Il calcio è bello perché ognuno ha le sue opinioni, ma sta di fatto che la squadra scesa in campo ieri sera non era la stessa delle precedenti partite. Quindi, l'ottimismo che vorrei diffondere questa mattina è dettato da tutti questi fattori: l'allenatore al primo confronto con il Real Madrid, alcuni giocatori non in condizione, errori individuali che si sono rivelati decisivi...tutte cose migliorabili col tempo. Il Barcellona ha ampi margini di crescita, perché Luis Enrique imparerà molto sbagliando, perché Suarez tornerà a far paura agli avversari per grinta e fame di gol, perché Piqué prima o poi dovrà tornare un grandissimo difensore. 
Il Real Madrid all'italiana di Carlo Ancelotti oggi è più forte del Barça, ma il progetto blaugrana è nato soltanto pochi mesi fa e c'è tutto il tempo per tornare ad essere i migliori. 

giovedì 19 giugno 2014

La caduta degli dei spagnoli

In molti si aspettavano che la Nazionale spagnola non sarebbe riuscita a bissare il successo del 2010, nessuno però avrebbe mai immaginato che dopo solamente due giornate i campioni di tutto sarebbero già stati fuori dal Mondiale brasilano. Perdendo la seconda partita consecutiva dopo quella con l'Olanda di Robben, la roja riceve uno schiaffo morale veramente difficile da incassare. Iniesta e compagni non sono stati capaci di impensierire la nazionale allenata da Van Gaal prima e il Cile poi, mostrandosi scarichi, sulle gambe, non pungenti. 
Tra la conquista del titolo e una uscita dalla coppa cosi ingloriosa può, e deve, esserci una giusta via di mezzo. Una squadra che può vantare Casillas, Piqué, Sergio Ramos, Xavi, Iniesta, Diego Costa e molti altri, non può prestarsi ad una figura cosi brutta contro squadre che sulla carta sono inferiori.

Analizziamo i possibili motivi di questa debacle:
Ciò che possiamo immediatamente osservare è il fatto che la squadra è composta da molti giocatori di Barcellona e Real Madrid. Potremmo dire che vi sono due anime, due blocchi principali. Il blocco del Barça già con la squadra di club è apparso in netto calo psico-fisico. E' normale che Xavi, arrivato ad una certa ètà e dopo aver vinto tutto, si sia un po' fermato e mostri il logorio del tempo. Piqué ormai da due anni non è più il difensore centrale insuperabile che avevamo imparato a conoscere. Jordi Alba è certamente un ottimo elemento ma non può fare la differenza in un Mondiale. Iniesta è apparso un po' sotto tono, ma forse è stato il migliore tra i catalani.
Il blocco del Real, invece, avrebbe dovuto essere in una annata di grazia dopo la bella vittoria in Champions League. Invece non si è rivelato minimamente all'altezza della competizione (vedi Casillas su tutti). Probabilmente sono stati un po' troppo esaltati per la vittoria con i blancos, che a conti fatti è soprattutto merito di Cristiano Ronaldo. Purtroppo per loro, però, CR7 è portoghese, non spagnolo. Forse questa incredibile stagione è stata più stancante di quel che si pensasse, basti ricordare l'incredibile cammino dell'Atletico Madrid di Diego Simeone. 
Possiamo dare la colpa di questo flop alla sola stanchezza di un gruppo? Oppure all'inevitabile declino di alcuni giocatori? Non credo. Possiamo parlare di fine del tiqui-taca?  E' la fine di un ciclo?
Credo che nessuno possa rispondere con assoluta certezza a tali quesiti, molto probabilmente la figuraccia mondiale della squadra allenata da Del Bosque è figlia di tante cause, di tanti fattori negativi. Come detto e scritto molte volte, il tiqui-taca è producente se e solo se gli uomini che lo interpretano sono al top della condizione fisica e psicologica. Troppo facile per una squadra come l'Olanda chiudersi, aspettare di riconquistare palla e colpire in contropiede la Spagna se i suoi uomini chiave sono stanchi, lenti, imprecisi e apparentemente privi di stimoli. Sulla base di queste considerazioni, ritengo che la filosofia nata con Guardiola al Barcellona, e utilizzata (anche se non completamente) dalla Nazionale spagnola, non veda la sua conclusione con questo annus horribilis (ricordiamo le brutte stagioni di Barcellona e Bayern Monaco, per quest'ultimo soltanto in Champions). Certamente è una strategia di gioco che richiede un elevato dispendio di energia, molta concentrazione, velocità e precisione dei passaggi e un minimo di cinismo in attacco, tutte cose che sono mancate in queste due prime partite in Brasile. L'augurio è che almeno nell'ultimo match si veda un po' di orgoglio e amor proprio, perché tornare a casa avendo sulle spalle tre sconfitte in tre partite sarebbe davvero una macchia difficile da cancellare.

Concludo esprimendo il mio personale dispiacere per le tristi prestazioni che la squadra campione d'Europa e del mondo ha sfoderato. Il mio amore per il (bel) calcio supera di gran lunga la nazionalità o le bandiere, è quindi normale che abbia gioito negli anni passati per i tanti successi di questa generazione di calciatori capaci di vincere tutto mostrando un gioco brillante, fatto di possesso palla, occasioni da gol, tocchi di prima...insomma tecnica alla stato puro. In uno sport, il calcio, in cui sempre più conta la forza muscolare, vedere in campo 11 giocatori che con la sola tecnica battono squadre più attrezzate dal punto di vista fisico, ha rappresentato per me un'oasi di bellezza e poesia. Come del resto è stato con il Barcellona di Pep. Esattamente come per i blaugrana, anche per la Spagna mi auguro che questa sia soltanto una tappa, forzata e obbligata, che condurrà a tanti altri successi. In fondo, se abbiamo detto che alcuni giocatori sono nella fase discendente della loro carriera, altri sono in piena maturazione e molti altri stanno crescendo nelle giovanili. Quindi non sorprendiamoci troppo se tra due o quattro anni racconteremo di una Nazionale tornata ad alzare coppe prestigiose.

venerdì 9 maggio 2014

Barça, vincere non conviene !

Da appassionato di calcio e amante del bel gioco, non ho potuto far altro che seguire e innamorarmi del grande Barcellona di Pep Guardiola. 
La squadra di Messi e compagni era brillante, agonisticamente cattiva e pronta ad azzannare la propria preda in ogni momento della gara. Vedere quella incredibile ragnatela di passaggi che spesso e volentieri terminava con un gol del numero 10 era un autentico spettacolo.
Ma Guardiola non c'è più. E con lui neanche il gioco e le vittorie del Barça.
Ci tengo a ricordare che i catalani hanno vinto ben 16 trofei (di cui 2 Champions League) nelle ultime 5 stagioni. Un bottino invidiabile, tanto che alcuni esperti di calcio hanno sostenuto trattarsi della squadra "mas grande de la historia". Non voglio entrare in questa discussione (secondo me inutile): ritengo non si possano confrontare squadre di epoche diverse, cosi come trovo insensato paragonare calciatori che hanno calcato il rettangolo di gioco in anni diversi (vedi la discussione Maradona-Messi).
Il Barça, dicevamo, aveva tutto: vittorie, strapotere tecnico, tanti giovani e promettenti calciatori provenienti dalle giovanili e un allenatore, Guardiola, in grado di fare da collante per tutti questi elementi e ricavarne il meglio.
Quindi, perché vincere non converrebbe? 
La vittoria della Liga,  temo, potrebbe far dimenticare alla dirigenza blaugrana e a tutto l'ambiente i tanti problemi che attanagliano la squadra. A partire dall'allenatore. Gerardo Martino, sicuramente un buon allenatore, non credo sia l'uomo giusto per gestire uno spogliatoio pieno zeppo di grandi campioni e una piazza che, più di ogni altra cosa, vuole il bel gioco e lo spettacolo. Oltre al problema allenatore, esiste un problema legato alla naturale ed inevitabile usura di giocatori che sono arrivati ad un'età avanzata o che, a causa delle tante vittorie, non hanno più gli stimoli necessari.
Entriamo nel dettaglio. Nelle ultime sessioni di mercato, i vertici del club hanno ritenuto, sbagliando, di dover rinforzare l'attacco, dimenticando completamente (fatta eccezione per il buon Jordi Alba vertice basso) la linea difensiva e il centrocampo. Per quanto riguarda la difesa, Puyol non è stato sostituito e i giovanissimi, al momento, non sembrano in grado di sostenere il peso di una maglia da titolare. In porta, invece, Victor Valdes è in partenza e serve urgentemente un portiere in grado di dare sicurezza al reparto arretrato. Inoltre, sempre parlando dell'estremo difensore, il vice Pinto è più un pensionato stipendiato che un calciatore utilizzabile da una squadra che vuole vincere qualcosa di prestigioso.
Arriviamo al centrocampo e vediamo che i calciatori che oggi cercano di proseguire la filosofia del tiqui-taca sono gli stessi che c'erano 5 anni fa: Xavi, Iniesta e Busquets. Con lo spagnolo Fabregas pronto a subentrare. Xavi, ormai compiuti 34 anni, non sembra più in grado di giocare a livelli stratosferici per tutta la stagione. Iniesta, a mio parere uno dei migliori della stagione, quest'anno ha letteralmente retto il centrocampo da solo. Nessun acquisto è stato fatto e, anzi, è da registrare un'importante perdita, uno dei giovani più promettenti del panorama europeo, ovvero  Thiago Alcántara.
Questi reparti (difesa e centrocampo), come detto in precedenza, sono stati sacrificati sull'altare del gioco offensivo e della propensione ad attaccare. Di per sé è una cosa giusta che una squadra come il Barça pensi ad attaccare e segnare piuttosto che difendere e non prendere gol, però il calcio italiano insegna che le grandi vittorie le raggiungi anche con l'equilibrio tra una fase e l'altra.
A contornare tutti questi fatti, ci sono stati i ripetuti infortuni di Leo Messi, che lo hanno molto limitato nella prima parte della stagione, e Neymar che non ha reso come l'ambiente catalano si aspettava.
Il risultato è che il Barça è fuori dalla Champions League ad opera dell'Atletico Madrid di Simeone, ha perso la Coppa del Re in finale contro l'odiato Real Madrid ed è secondo in campionato. Potrebbe ancora riuscire a vincere il titolo, in quanto all'ultima giornata sfiderà l'Atletico, ma siamo sicuri che questo non sarà controproducente? Non esiste il rischio che l'ennessima vittoria faccia dimenticare i reali limiti di questa squadra? In passato, forse, è stato proprio cosi.
La miglior cosa che può accadere, a mio avviso, è che la stagione si concluda con zero titoli. La delusione per un risultato che da moltissimo tempo non si registra potrebbe svegliare le persone che hanno la responsabilità di fare la campagna acquisti, di gestire i giocatori, di scegliere l'allenatore e far primeggiare il Barça in Spagna, in Europa e nel mondo.

Fossi al posto di Josep Maria Bartomeu (sostituto di Sandro Rosell) procederei cosi:
- Capitolo portiere: Sappiamo già da tempo che Victor Valdes a fine stagione lascerà Barcellona. Un ottimo sostituito, se si punta sulla giovinezza, potrebbe essere Ter Stegen (classe 1992, attualmente al Borussia Mönchengladbach). L'alternativa di esperienza potrebbe essere il già cercato Handanovic (classe 1984, accasato all'Inter). 
Per il ruolo di vice, un nome che potrebbe fare al caso del Barça per esperienza e abilità è quello di Sébastien Frey (classe 1980, nelle fila del Bursaspor Kulübü Derneği).
- La difesa: Al momento la linea difensiva a 4 è composta da Dani Alves, Piquè, Mascherano e Jordi Alba.
L'esterno brasiliano è in partenza e potrebbe essere rimpiazzato da un'altra nostra conoscenza: Juan Cuadrado (classe 1988). Il colombiano potrebbe dare quella freschezza e velocità che in questa stagione è un po' mancata a Dani Alves. Un punto a favore dell'esterno viola è sicuramente il fatto che trova con più facilità e frequenza la via del gol. In questa stagione ha segnato ben 14 reti in 41 partite con la Fiorentina, condite con 9 assist. Dani Alves, invece, si è fermato a 4 reti e 6 assist in 40 partite col Barça. Infine, tra i due giocatori corrono 5 anni di differenza, fattore di non poco conto per una squadra che vuole ripartire. 
Per quanto riguarda il centrale di difesa, invece, i nomi caldi sono due: David Luiz (1987, giocatore del Chelsea) e Thiago Silva (classe 1984, del Paris Saint-Germain). 
Personalmente, pur stimando molto l'ex milanista, opterei per David Luiz, più giovane e utilizzabile anche nel ruolo di mediano.
Un errore da non commettere è lasciar partire Carles Puyol. Lo storico capitano blaugrana è un classe 1978, ha forse dato tutto e di più per quella maglia e merita riconoscenza. Nel calcio sono fondamentali i valori tecnici e agonistici, ma non possiamo dimenticare l'importanza dello spirito di gruppo, del carisma, del coraggio. Puyol rappresenta tutto questo. Credo che nello spogliatoio ricopra un ruolo ancor più essenziale di quello che aveva in campo nei suoi anni d'oro. E' giusto tenerlo dentro questo gruppo (come dirigente) perché è ancora un Capitano. 

- Centrocampo, vero punto di forza (o di debolezza) del Barça: rimpiazzare Xavi Hernandez è un'impresa pressoché impossibile. Al momento non ci sono giocatori come lui. Lo stesso Pirlo, altro maestro del centrocampo, non garantisce lo stesso tipo di gioco. L'ideale, come detto in precedenza, sarebbe stato trattenere Thiago Alcántara.
Le alternative, ugualmente suggestive, potrebbero essere quelle di Miralem Pjanic (classe 1990, attualmente nella Roma) o Javi Martínez (classe 1988, alla corte di Guardiola). 
Il bosniaco darebbe qualità e quantità al gioco dei blaugrana, mentre lo spagnolo del Bayern porterebbe molta forza fisica (caratteristica che è un po' mancata a questa squadra). La spesa per Javi Martinez, però, sarebbe davvero ingente, in quanto il giocatore è stato prelevato dall'Athletic Bilbao nel 2012 per 40 milioni di euro, arrivando ad essere il giocatore più pagato nella storia della Bundesliga.
Un nome uscito nelle ultime ore è quello di Paul Pogba. Il francese della Juventus è un classe 1993, forte fisicamente e sublime in quanto a tecnica. Inoltre, trova con facilità la conclusione dalla distanza. L'unico problema potrebbe essere il costo del cartellino: la società bianconera chiede 60/70 milioni di euro. 
Pur ritenendo Pjanic più adatto al gioco spagnolo, andrei dritto sul centrocampista della Juve. A tratti, e non vorrei essere accusato di blasfemia, rivedo nelle movenze di Pogba un po' della classe di Zinedine Zidane. Paragoni a parte, sono sicuro che questo giocatore, crescendo, diventerà uno dei top 5 centrocampisti al mondo.
Per quanto riguarda il mercato in uscita, terrei ad ogni costo Mascherano, vero e proprio jolly di centrocampo e difesa, e cederei Alexandre Song. L'ex Arsenal ha giocato raramente e non sembra in linea con il progetto tecnico della squadra, indipendentemente da quale sarà l'allenatore del futuro.

- Arriviamo alla fase offensiva, soltanto apparentemente non da modificare: L'attacco oggi si regge sul solo Leo Messi. La pulce argentina ha fatto in questa stagione il bello e il brutto allo stesso tempo. Quando il numero 10 gira come sa, il Barça vola e l'attacco segna a raffica. Quando Messi non è in giornata, però, la squadra sembra spenta e l'attacco appare incapace di far male agli avversari.
I nomi che potrebbero fare la differenza sono due: Luis Suárez (classe 1987), autentico mattatore in Premier League con 30 gol, e Wayne Rooney. L'inglese del Manchester United è un classe 1985, quindi in piena maturità psico-fisica, e potrebbe lasciare i reds dopo l'addio di Sir Alex Ferguson e la brutta stagione di quest'anno. In entrambi i casi, il costo del cartellino sarebbe molto elevato in quanto il primo ha un valore di mercato di circa 52 milioni di euro e il secondo intorno ai 45. Qualunque sia la scelta, credo sarebbe ottimale.
Se per arrivare ad uno dei due fosse necessaria una cessione eccellente, lascerei partire Alexis Sánchez. Nonostante il suo bottino stagionale con il Barça sia di 20 gol e 17 assist in 52 partite disputate, il cileno ex Udinese non mi ha quasi mai convinto appieno e quindi lo cederei senza troppi rimpianti.  

- Infine il discorso allenatore.
La scelta dell'uomo che siederà sulla panchina blaugrana è molto delicata. Scegliere un allenatore che insista sul grande possesso palla oppure optare per un cambio di filosofia?
Nel primo caso, l'uomo giusto potrebbe essere Luis Enrique. Nella stagione 2011/12 ha guidato la Roma. La sua squadra giocava un bel calcio (forse solo un po' lento), non supportato però da grandi risultati. Con in mano una rosa come quella del Barça, il discorso potrebbe essere diverso. Inoltre, a supporto della sua candidatura, dobbiamo ricordare che l'allenatore di Gijón ha giocato a Barcellona per 8 anni ed ha allenato la squadra B dal 2008 al 2011, quindi conosce bene l'ambiente, i tifosi e la mentalità del mondo catalano.
Nel caso ci fosse la volontà di cambiare tipo di gioco, invece, una strada che potrebbe dare ottimi risultati è quella che porta a Jürgen Klopp. L'allenatore nato a Stoccarda ha mostrato con il suo Borussia un grande gioco, fatto di velocità e improvvise verticalizzazioni. Dal 2008 ha vinto ben 2 campionati tedeschi, 1 Coppa e 2 Supercoppe di Germania, conquistando anche una finale di Champions League (persa poi contro il Bayern Monaco).
Il mio preferito è Klopp. Un cambio, certe volte, non fa male. Non sono tra quelli che ritengono il tiqui-taca morto, ma credo che per gli avversari (in campo europeo, in Spagna è un altro discorso) sia diventato troppo facile e scontato fare le barricate e colpire in contropiede. Klopp potrebbe unire gioco e vivacità, imprevedibilità e spettacolo. 

Non so come andrà a finire la Liga: mancano soltanto 2 giornate e la classifica recita Atletico Madrid 88 punti, Barcellona 85, Real Madrid 84. Tutto è ancora possibile. Ciò che auspico è che, a prescindere dall'assegnazione del titolo, i vertici blaugrana capiscano che è arrivato il momento di compiere una (piccola) rivoluzione, di trovare nuovi stimoli, di far crescere nuovi talenti e tornare a primeggiare in ogni competizione. Perché ciò che tutti i tifosi vogliono è che il Barça torni ad essere "més que un club".

lunedì 9 gennaio 2012

Leo Messi nella storia del calcio!

E con questo sono tre...tre palloni d'oro a soli 25 anni (da compiere il 24 giugno).
Stiamo parlando di Lionel Messi, fuoriclasse argentino del Barça, che oggi si è aggiudicato il terzo pallone d'oro consecutivo (distaccando largamente il rivale C. Ronaldo) ed è entrato di diritto nella storia del calcio.
Soltanto 4 giocatori (Johan Cruijff, Michel Platini, Marco Van Basten e Leo Messi appunto) sono riusciti a vincere per tre volte l'ambito premio che da oltre cinquant'anni premia il calciatore che più di ogni altro si ditingue per qualità, classe e trofei vinti nell'anno solare.
Il terzo Pallone d'oro arriva a coronamento di un anno incredibile, l'ennesimo, costellato di goal, assist, grandi giocate e tante vittorie. Il Barcellona infatti, guidato da uno strepitoso Leo, oltre ai soliti Iniesta e Xavi a centrocampo, ha vinto tutto ciò che era possibile vincere (Liga, Champions League, Supercoppa di Spagna, Super Coppa Uefa, Coppa del mondo per club).
Messi in questa squadra di extraterrestri si è distinto come uomo in più, giocatore capace di fare la differenza e di trascinare alla vittoria i catalani totalizzando 53 reti in 55 partite ufficiali e collezionando un numero impressionante di assist per i compagni.
C'è chi, nell'edizione precedente del Pallone d'oro, mormorava che altri avrebbero meritato di vincere al posto del giocatore di Rosario, ma una cosa è certa, se il criterio di assegnazione del premio è quello del talento, credo non si potesse premiare nessun altro giocatore che non fosse Messi.
I numeri e i trofei vinti dicono che Lionel è, ormai da anni, il giocatore più forte che attualmente calca i terreni di gioco: 5 volte la liga, 1 Coppa di Spagna, 5 Supercoppe di Spagna, 3 Champions League, 2 Supercoppe Uefa, 2 mondiali per club, 3 Palloni d'oro, 1 Fifa World player, 1 Scarpa d'oro, 1 Campionato del mondo Under-20 e un Oro olimpico con l'Argentina, 210 gol fatti in 295 partite ufficiali disputate nel Barcellona.
Ciò che invece dovremmo chiederci è se questo Messi possa davvero essere accostato al più grande giocatore della storia del calcio, cioè Diego Armando Maradona.
Se a livello tecnico il paragone può starci (entrambi hanno caratteristiche funamboliche palla al piede, altezza simile e stesso piede preferito, il sinistro), la cosa che più stona in questo confronto sono le vittorie del "Pibe de Oro" non solo in Spagna (col Barça) ma anche in Italia, alla guida di un Napoli, modesto, che arrivò a vincere 2 volte lo Scudetto alla fine degli anni '80. Inoltre sono da sottolineare le grandi vittorie di Maradona con la Nazionale Argentina (Messico '86) paragonate a prestazioni non troppo entusiasmanti della "pulce".
Quello che gli amanti del calcio, e i sostenitori di Messi, si augurano è che un giorno Leo, dopo aver vinto ancora molto con il Barcellona, decida di seguire le orme calcistiche di Diego e decida di portare il suo talento anche lontano dalla città di Gaudi, per dimostrare una volta per tutte che il paragone con Maradona non è poi cosi un'utopia.